E’ ormai ampiamente riconosciuto che l’attuale modello economico di produzione e consumo stia
generando impatti insostenibili per gli equilibri del pianeta, e che sia necessaria una transizione verso modelli più sostenibili. Da tempo il concetto di economia circolare si è affermato come possibile approccio alternativo all’economia lineare, promuovendo un modello in cui i rifiuti non costituiscono più soltanto uno scarto, ma vengono reimmessi, reimpiegati e valorizzati in nuovi cicli produttivi, risparmiando il consumo di materie prime e ottimizzando gli impatti ambientali.
L’edilizia rappresenta uno dei settori chiave per realizzare una transizione sostenibile e circolare. Gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo energetico e del 36% delle emissioni di CO2 nell’UE (Tsemekidi-Tzeiranaki et al., 2018). Inoltre il settore delle costruzioni è responsabile di circa la metà della domanda di estrazione di materiali e del 35% della produzione totale di rifiuti nell’UE (Eurostat, 2016).
La legislazione europea fissa per i rifiuti da costruzione e demolizione degli obiettivi per la preparazione, il riutilizzo, il riciclaggio e altri tipi di recupero di materiale, pari al 70% in peso entro il 2020 (Direttiva 2008/98/CE). Inoltre l’edilizia è riconosciuta dal nuovo Piano d’Azione UE per l’economia circolare – adottato a marzo 2020 – tra i settori ad elevato potenziale di circolarità. In Italia, anche se l’obiettivo del 70% fissato dalle normative europee per il settore risulta superato, vi sono una serie di criticità legate all’effettivo recupero del materiale, all’affidabilità e al monitoraggio dei dati, ad una serie di barriere che frenano una maggiore penetrazione di logiche circolari nel settore.

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